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Comunicati stampa dalla Città di Roma

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CERAMICA ARTISTICA

Prima Conferenza nazionale
mercoledì 8 ottobre 2008, ore 9.00
Roma, Sala del Tempio di Adriano, piazza di Pietra
Innovazione e creatività nel solco della tradizione è questo il futuro della ceramica artistica italiana, un patrimonio culturale e una risorsa economica che da secoli ha connotato il nostro Paese e che oggi, pur collocandosi in uno scenario problematico, mostra fermenti e aperture internazionali segno di vitalità in un quadro congiunturale complesso.
Obiettivo principale della Prima Conferenza Nazionale, organizzata da ARTEX in collaborazione con AiCC , CNA e Confartigianato con il sostegno del Ministero dello Sviluppo Economico, è quello di aprire un momento di analisi e discussione intorno al sistema della ceramica, con lo scopo ultimo di far emergere le possibili linee strategiche di sviluppo e di indirizzo delle politiche e delle attività riguardanti un settore che chiede un riconoscimento ufficiale da parte delle Istituzioni al pari di altri Paesi che hanno adottato da tempo politiche adeguate per le Arti Applicate.
Durante la Conferenza saranno presentati i risultati della prima approfondita RICERCA sullo stato del settore della ceramica artistica in Italia, non solo una disciplina artistica ampiamente diffusa sul territorio nazionale (oltre 30 i Comuni aderenti all’Associazione Italiana Città della Ceramica) ma un settore che nel più generale contesto dell’artigianato e della piccola impresa riveste un ruolo importante in termini di imprese, addetti, fatturato, quote export.
Un programma di lavori denso e articolato quello della Prima Conferenza Nazionale: dai cenni storici ai possibili usi innovativi, passando per dati economici che mettono in luce lo stato di salute del settore della ceramica. Non meno importante l'osservazione sul comparto in questione in una prospettiva europea, i legami con le industrie, le modalità del diritto d'autore e i criteri di selezione delle eccellenze.
In particolare la Conferenza si propone come occasione per presentare agli interlocutori istituzionali la valenza economica e produttiva, culturale e sociale del settore della ceramica, nonché l’articolata composizione del settore, costituito da segmenti diversi tra loro e con diverse problematiche e differenti fabbisogni.
Gli interventi che vedono alternarsi tra gli altri studiosi del calibro di Philippe Daverio o del gallerista Jean Blanchaert, pur partendo da una trattazione storico-artistica del settore passeranno da subito ad esaminare dati e aspetti quantitativi di un settore che dal confronto col mercato mostra segni di criticità oggetto d’analisi della RICERCA “La Ceramica artistica e tradizionale in Italia. Quadro di sintesi, prospettive e fattori di successo”, coordinata da Daniele Calamandrei.
Multiculturalità e lavoro in rete saranno al centro degli interventi tesi a individuare nuove prospettive di sviluppo in un’ottica di superamento di ogni localismo. Interessante in questo senso si annuncia l’intervento di Serge Nicole, Presidente di Ateliers d’Art de France e presidente Maison&Objet.
Occupazione e crisi del settore, ma anche i rapporti tra ceramica artistica e turismo così come la ceramica e i legami con l’industria, analizzati da Alfonso Panzani, Presidente Confindustria Ceramica, tra gli spunti di un dibattito volto a sondare le possibili valenze di un patrimonio diversificato dei territori e che potrebbe anche sviluppare nuova imprenditorialità.
I quattro tavoli di lavoro e discussione rispettivamente su: Rapporti internazionali; Ricerca, formazione e innovazione; Promozione, internazionalizzazione, e commercializzazione; Aspetti culturali e rapporto tra arte, design e ceramica che hanno precedentemente alla Conferenza elaborato temi e documenti a partire da singoli progetti di ricerca troveranno nella Conferenza plenaria il momento di sintesi di tutto il lavoro svolto da presentare agli interlocutori istituzionali e volto a elaborare linee guida politiche e promozionali.
UFFICIO STAMPA LR COMUNICAZIONE laura ruggieri 06/6631305 – 339/4755329 l.r.comunicazione@libero.it

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Le formidabili tensioni

Genere: Arte Contemporanea - Personale Aldo Palma
Titolo: Le formidabili tensioni
A cura: Antonietta Campilongo
Progetto di N E W O R L D ART
Idee e progetti per un mondo sostenibile
Catalogo: In sede
Presentazione: Francesco Giulio Farachi
Periodo: dal 13 settembre al 13 ottobre 2008
Sede: Fonderia delle Arti
Indirizzo: Via Assisi, 31
Città: 00181 Roma
Vernissage: sabato13 settembre ore 19.00 (Cocktail)
Orario di apertura - lunedì - venerdì - 10.00 - 20.00 - Sabato 10.00 -15.00
Ingresso: Libero

L’Arte è sempre roba per apprendisti stregoni. Nasce dalla riflessione, dalla elaborazione e dalla padronanza dei mezzi espressivi, nasce certo dalla capacità di dare presenza e struttura universali ad un’intuizione individuale. Ma non solo. È anche invenzione di mezzi originali, è sperimentazione di nuovi materiali e dei loro inesplorati impieghi, è abilità nel concepire e praticare manipolazioni ed adattamenti differenziati. È insomma una sorta di decantato alchemico, stregonesco, magico ed ammaliatore. Cosicché, di fronte ad un’opera d’arte, anche quella più tradizionalmente o semplicemente realizzata, si ripresenta sempre la sensazione, sottilmente inquietante, di guardare in faccia il mistero del “come si fa”, l’impenetrabile perfezione dell’atto creativo. Ed è questa sensazione che già a tutta prima coglie l’osservatore che si avvicina ai lavori di Aldo Palma, è un dolce shock, accettare l’incapacità a cogliere la fisicità intera della materia e nello stesso tempo subirne l’attrazione ed il fascino, come di sostanza intimamente conosciuta, come di elemento col quale rapportarsi in totale familiarità e confidenza. Perché in effetti non si sa con cosa siano realizzati i quadri di Aldo Palma, o meglio, si prova a indovinare materiali e componenti, e qualcosa pure si individua – carta appallottolata, fili di lino o nylon, vernici metalliche – ma ancora il costituente primario, quella pellicola – che con varie consistenze e giaciture si tende sulla tela; che ora trasparente, ora opaca, o rutilante di smalti, tramuta forme, idee ed apparenze – quel derma ferito, escoriato, slabbrato e poi cucito, suturato, infibulato di fili intricati e tesi; quel rivestimento che fa da involucro smagliante a visioni recondite ed intime; ebbene quella sostanza non si può riconoscere, è un’invenzione, un ritrovato sintetico che l’artista ha elaborato e di cui non rivela né origine né trattamento. Eppure, ciò che con uguale immediatezza si avverte è proprio che questa segreta membrana, pur nelle mille combinazioni e trasformazioni cui la fantasia dell’artista la costringe, conserva costante una allettante intimità, come un fascino sensuale e conturbante, uno charme magnetico, quasi sul serio fosse pelle e sostanza organica. Tanto che il primo istinto è quello di toccare, di appurare con un altro senso la natura e la composizione, in un certo senso la effettività, di questo velo. La cui malleabilità si adegua docilmente alla esigenza di desiderare, concepire, avverare nuovi mondi e dimensioni, di formulare un linguaggio che è insieme pittorico e plastico, sintesi di variazioni ed approfondimenti.
Le superfici si sovrappongono, i piani si intersecano, e contaminano di propri slanci l’orientamento dell’altrui giacere, si dà corpo insomma ad una struttura dalle combinazioni infinite e complesse, dove l’idea pensata ed immaginata viene posta – quasi abbandonata lì – per venire in certo qual modo protetta, per essere occultata e reinterpretata di nuova luce.
Il grande innamoramento di Aldo Palma sta dunque nell’incidersi e rifrangere dei diversi toni sulle superfici, nell’esaltazione di una forma all’ondularsi e fluttuare dello spazio, nel balenare dei riflessi sul morbido dilatarsi di convessità e accrescimenti, nello svilupparsi dei nessi e delle adiacenze. La sperimentazione sulla materia segue una fascinazione assoluta per la metamorfosi dell’idea e per la plasticità dello spazio, per la conquista ed il possesso di una dimensione prominente, consistente, solida e constatabile dell’esistente. Aldo Palma così si avvicina ad alcune delle esperienze più significative del Novecento, a quelle esperienze che hanno riconosciuto il canto della materia, l’incanto dello spazio. Immediatamente vengono alla mente Burri, e Manzoni, Fontana, Pistoletto, Gianni Pisani, un insieme di richiami però tanto eterogeneo e ampio da rendere evidente la differenza e l’originalità del lavoro di Palma. La scoperta della materia, non più solo medium espressivo, bensì presa per se stessa, il suo manifestarsi fulcro di energie che l’opera dell’artista libera e mette in movimento, ha da una parte finalmente svelato l’intrinseco valore estetico del dato oggettivo. Dall’altra ha reso ancor più evidente quanto l’oggetto e ciò che lo costituisce abbiano la capacità di essere assunti simultaneamente come testo e contesto e soggetto del dramma, cioè di una rappresentazione, esistenziale. La forma, nella sua concretezza e nella sua sistemazione spaziale, è di per sé peculiare dei momenti di esistenza del mondo. Aldo Palma accoglie questa lezione, e con serrato iter logico, la reinterpreta. Perché la materia torna ad avere un ruolo “esaltativo” della percezione, prende le sole forme che il momento e l’estro inventivo e la sensazione sentono vibrare sotto l’epidermide del tempo. Così quasi per paradosso, Palma riduce ad una inedita essenzialità la dialettica fra figurativo ed astratto, fra materia e colore, fra gesto e segno, e la sua membrana (diavoleria poliuretanica, polivinilica, esaclorovalente) si conforma a pochi particolari, rilevanti e perciò rilevati, di una forma sottostante. Che è sempre presente nelle opere di Aldo Palma, siccome esiste sempre una rappresentazione, un’idea, un’immagine che origina il quadro, che giace sulla tela e che viene “rivestita” e rielaborata dall’artista. Questo ricoprire è nascondere per modo di dire, è anzi l’eleganza dell’ostentazione, è il misurarsi di un istinto erotico e sensuale che accarezza la nudità dell’idea e che la mette in risalto tanto più intrigante e fascinosa quanto più la restituisce solo intravista, indovinata, intuita, quando non addirittura travisata, attraverso le tensioni o le pieghe di una cute.
Per altro verso, è facile notare quanto si tratti di un’operazione e di un procedimento squisitamente pittorici. Il movimento e la convergenza fra materia e concetto vengono innescati dall’uso del colore, dalla scelta delle vernici e degli smalti metallici che nettano l’incidenza della luce sui volumi, e lasciano il gioco della variazione condensato nel variare delle prospettive e delle intensità o delle attenuazioni luminose. La metamorfosi del disegno sottostante, della forma profonda e soggiacente, si libera in un rituale di annientamento e ri-creazione, in un’aggiunta mai terminabile di senso e percezione, in un facimento e rifacimento continuo dell’immaginario. Ed è quindi proprio per questo che Palma ha talora rimesso le mani ad alcune sue opere, anche a distanza di anni. Sicché l’opera è compiuta, però mai definitivamente ed irrevocabilmente cessata, e può sempre succedere che una nuova percezione della medesima forma spinga l’artista ad operare una ennesima trasformazione, un più ardito rimaneggiamento degli equilibri trovati. Può sempre succedere, in definitiva, che ciò di cui bisogna dare e tenere conto è proprio lo stato perdurante del cambiamento, la condizione di ogni nuova vita che viene data e poi ancora data, tolta e riappesa al muro della sua progressiva comprensione.
Ecco dunque che la membrana non è solo superficie e tegumento, ma è l’involucro della crisalide, l’assetto temporaneo che semplicemente contiene, e non esaurisce, le vive energie creative che si agitano perennemente sotto la pelle dell’opera. Ma è anche la materia/colore manipolabile, che concede modi illimitati per il gusto del ripensamento, del rititillamento, modi per questa sorta di auto-erotismo del giorno dopo. La reciproca ed obbligatoria collimazione fra esperienza e visione possiede la tempra carnale che la agisce dentro una dimensione tattile, fisica, sensuale, alcune volte palesemente voluttuosa e peccaminosa. La materia diventa ambito di sublimazione per un feticismo della superficie rigonfia, della prosperità tumida, della mammellosità debordante. Sommità tornita di un’appropriazione, essa è l’ambientazione nel proprio universo di una femminilità misteriosa e materna, oggetto di desiderio e venerazione, appiglio per il senso di colpa e poi del perdono assicurato, femminilità ancora magica e amica del divino.
Aldo Palma è un artista in evoluzione, è artista della sintesi incalzante. Non è solo un fatto di chimica e di sperimentazione come stimolo di novità, ma del serrato dialogo fra le congruenze e le opposizioni, come realtà e finzione, eternità e contingenza, materiale e spirituale, maschile e femminile. L’invenzione è il frutto del sedimentarsi di immagini e percezioni, del loro rinnovarsi in colore e forma. Palma si lancia, evoca crea tramuta, strappa e ricuce tensioni, domina gli elementi come oscuro demiurgo nell’antro fucina della genesi, lambicca e distilla le formidabili tensioni dell’esistenza per l’invenzione di un’inedita armonia.

(francesco giulio farachi)

Dal 13 settembre al 13 ottobre 2008
Fonderia delle Arti
Via Assisi, 31 - 00181 Roma
Vernissage sabato13 settembre ore 19.00 (Cocktail)
Orario di apertura - lunedì - venerdì - 10.00 - 20.00 - Sabato 10.00 -15.00 info: www.campilongo.it
www.fonderiadellearti.com
anto.camp@fastwebnet.it

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Angelo Bellobono - ad alta digeribilità: Chist’è ‘o paese d’’o sole
9 ottobre – 13 novembre 2008

CANTINE B.O.X.
Vicolo Sugarelli 18 (00186)spazio espositivo: cantine B.O.X.
orario: martedì-venerdì 17-19
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: ingresso libero
vernissage: 9 ottobre 2008, ore 18:30
curatori: Alessandro Facente
Autori: Angelo Bellobono
Telefono evento: 066892431
Note: una coproduzione L’UNION arte contemporanea, FONDAZIONE VOLUME!
Genere: installazione performativa, video arte
email: sabrinanucci@fondazionevolume.com, g.terrinoni@lunion.it
web: www.fondazionevolume.com
comunicato stampa
Il 9 ottobre 2008, dalle ore 18:30, presso gli spazi delle cantine B.O.X., sottostanti Palazzo Donarelli-Ricci, L'UNION arte contemporanea, in coproduzione con la FONDAZIONE VOLUME! presentano l'intervento installativo e video di Angelo Bellobono Chist’è ‘o paese d’’o sole, seconda tappa del progetto ad alta digeribilità a cura di Alessandro Facente.
Dal testo critico di Alessandro Facente:”…Ad alta digeribilità si spinge concettualmente sul binomio terminologico “psico-motorio” direttamente connesso allo sviluppo e al benessere personale, quale meccanica che determina la forte volontà di miglioramento globale.
È da qualche anno infatti che si parla di “wellbeing” nei centri in cui si pratica attività psico-fisica (fitness center, wellness center e wellbeing center), l’intento è quello di ampliare un approccio e un rapporto globale, appunto, con la nostra coscienza psico-motoria armonizzando il rapporto con noi stessi e con gli altri.
Su questo concetto Angelo Bellobono, con Chist’è ‘o paese d’’o sole contribuisce ad indagare gli stati di “reazione psichica e motoria” ad esso connessi. In quest’ottica il concetto centrale è lo “sforzo” inteso come esperienza-movimento, esperienza-reazione, esperienza-ingegno, compensazione mentale quale pensiero-nutrimento, pensiero-sopravvivenza.
Anche in questo caso lo spazio in passato era un magazzino per la conservazione di derrate alimentari ma, differentemente dal precedente “le gallinelle” (location della prima tappa Bring me back_HIGH di Jessica Iapino), venivano scaricate dalle barche sulle sponde del vicino Tevere e destinate alle piazze mercato nel cuore della città.
Le cantine b.o.x., luogo ideale per contenere un’umanità in fase di stoccaggio, si ricollegano concettualmente agli antichi camminamenti sotterranei per gli spostamenti degli schiavi, motore essenziale per il mantenimento del benessere in superficie, sala macchine per la produzione di energia necessaria ai romani che vivevano esternamente (villa Adriana a Tivoli è un esempio mirabile).
Ogni città ha i suoi motori umani sotterranei, una vita underground e un aspetto simile succede a New York, nell'east village, dove un popolo sommerso di Messicani sale e scende botole aperte per mandare avanti la città. Ingressi per depositi sotterranei o aree di attività di ristoranti e negozi. Due uomini quindi, nascosti in stanze-box, faticano sull’installazione di attrezzature sportive di ultima generazione per azionare una scritta luminescente posta esternamente. Si tratta di un congegno a dinamo, grazie al quale la quantità di energia sarà direttamente proporzionale alla forza che insiste sulle bike, determinando un’incostante intensità della luce.
Un’immagine assurda, drammaticamente sarcastica, a cui lo spettatore durante il vernissage non avrà totale accesso se non spiare attraverso una porta metallica forata; diversamente, i giorni successivi, i box saranno totalmente praticabili permettendo all’utente di azionare personalmente l’installazione.
Ciò determina, da una parte, un percorso senza diretto contatto sottratto alla vista dei molti per creare il forte contrapporsi tra “iper-esposizione” ed “iper-occultamento”; dall’altra, una condizione responsabilizzante di sforzo condiviso che definisce il reale incontro tra “sforzo-personale” uguale “benessere-globale”.
Chist’è ‘o paese d’’o sole è il “training collettivo” di uomini che sudano lungo il percorso per il miglioramento della propria esistenza e le ulteriori due video-installazioni Temporary runner completano l’installazione stabilendo l’utopica migrazione globale su di un territorio sconosciuto, annullato, senza meta né suolo, persi nel nero e nel bianco assoluti. Lo stato wellbeing si determina nello scatto che la mente produce per reintegrare quelle che sono le mancanze di una vita a rischio di sofferenze, è l’esatta intelligenza della personale "memoria muscolare" come lotta all’ipertrofia concettuale e alla stasi come immobilità. Da qui alla grande esperienza di Oscar Pistorius che smentisce di gran lunga la vecchia e aberrante frase mens sana in corpore sano, sostituita da una più attiva corpore sano in mens sana proprio per questa fantastica reazione della mente sul corpo. Il corpo stesso, dopo la menomazione e l’impotenza iniziali (affrontati nella tappa precedente da Jessica Iapino con bring me back_HIGH), riacquista talmente forza da “preoccupare” le prestazioni degli atleti normodotati, ai quali non ci resta altro che consigliar loro, vestendo per un attimo i panni dei preparatori atletici, di amputare le gambe per beneficiare delle protesi…”.
In occasione del vernissage verrà presentato il catalogo del progetto totale “ad alta digeribilità”.

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DOMENICO MANGANO - 5 ottobre - 16 novembre

IV GIORNATA DEL CONTEMPORANEO 2008
DOMENICO MANGANO
Vincitore del premio Paginebianched’autore 2006/07
OVER THE BLURRING SHINE
Roma, Museo Hendrik Christian Andersen
(via P.S. Mancini 20 - 00196 Roma)
5 ottobre - 16 novembre 2008
Inaugurazione 4 ottobre ore 18.30
ingresso libero
In occasione della IV Giornata del Contemporaneo la PARC - Direzione generale per la qualità e la tutela del paesaggio, l’architettura e l’arte contemporanee e il MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo presentano la mostra dell’artista Domenico Mangano che esporrà i lavori inediti realizzati durante il viaggio negli USA, in occasione della residenza presso ISCP - International Studio & Curatorial Program.
La residenza d’artista è il premio che suggella il concorso annuale Seat Paginebianched’autore vinto da Mangano nell’edizione 2006-2007 promosso da SEAT Pagine Gialle s.p.a. in collaborazione con la PARC, il GAI - Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani e con l’Istituto Italiano di Cultura di New York.
Paginebianched’autore è una selezione regionale di giovani artisti tra i 20 e i 35 anni che operano nel settore delle arti visive bidimensionali ai quali viene offerta la pubblicazione della propria opera sulla copertina e all’interno degli elenchi Pagine Bianche della regione di appartenenza e una residenza studio di sei mesi a New York.
La mostra, curata da Teresa Macrì, presenta i nuovi lavori nelle sale del suggestivo Museo Andersen che si snodano assecondando la versatilità che caratterizza la ricerca dell’artista: da alcune sculture “povere” e minimali alle nuove fotografie realizzate tra New York, Miami e Marfa (Texas) e a un nuovo video.
La mostra è realizzata dalla Parc e dal MAXXI, in collaborazione con Magazzino d’Arte Moderna di Roma.

Coordinate della mostra
Titolo: Over the blurring shine
Curatore: Teresa Macrì
Sede: MUSEO HENDRIK CHRISTIAN ANDERSEN, Via P.S. Mancini 20 - 00196 Roma
Date: 5 ottobre – 16 novembre 2008
Orario di apertura: 9.00 – 19.00, lunedì chiuso, ingresso libero
Ufficio stampa MAXXI:
Beatrice Fabbretti , +39 335 64.19.189, beafabbretti@hotmail.com
con Giulia Ferracci, +39 340 340.08.16, giulia.ferracci@beniculturali.it
e Irene de Vico Fallani, +39 349 1964159 irene.devicofallani@beniculturali.it

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STEFANO CERIO "Souvenirs" dal 10 Ottobre al 5 Dicembre 2008

CHANGING ROLE - ROMA
Venerdì inaugura alle ore 19.00 presso la Changing Role
Roma,Vicolo del Bollo 13, "Souvenirs", la mostra personale di
Stefano Cerio.
L'artista presenta un nuovo corpus di fotografie bianco e nero,di cui quattro sono state presentate
a Rivoli,Palazzo Piozzo,nell'ambito della mostra "Le Porte Del Mediterraneo", a cura di Martina Corgnati.
"Stefano Cerio propone una circumnavigazione del Mediterraneo per tappe salienti concepite ad uso
e consumo del turista medio, e quindi trasformate in souvenir. Il suo lungo viaggio, iniziato anni fa,
nei regni segreti del kitsch più irrefrenabile, l'ha portato in cimiteri per cani e periferia meridionali
dove le villette a bomboniera si alternano in bell'ordine a baite alpine con tanto di gerani rossi,
seguite da colonnati neoclassici e/o guglie goticheggianti. Dopo aver fotografato questi paesaggi
con fredda, smaltata lucidità, adesso l'artista ha rinunciato a viaggiare per concentrarsi sul
"precipitato oggettuale" dell'esperienza turistica post-moderna e massificata, il souvenir. Il teatro
romano di Bosra replicato a stampo in un pezzo di basalto (lo stesso in cui è edificato il teatro vero
!) o la cattedrale di San Pietro a Roma, il finto David in vero marmo o la riproduzione della statua
di Giulio Cesare, sono tutti oggetti che rispondono alla stessa pseudo-estetica, alla stessa
fondamentale falsificazione che guida il turista nella relazione con il suo desiderio. StefanoCerio
colleziona questi oggetti che ci consentono di compiere un tour mediterraneo virtuale, sul tipo del
"parco tematico", e li fotografa con uno stile raffinato, in un bianco e nero prezioso da straight
photography, per chiudere paradossalmente il cerchio e forzare, nel senso di una bellezza
imprevista, di una patina carezzevole e fuori luogo, l'aspetto sguaiato ma pretenzioso
dell'imitazione made in china (da dove quasi tutti i souvenir provengono). "(tratto dal testo di Martina Corgnati)
Stefano Cerio vive e lavora tra Roma e Parigi. Inizia la carriera di fotografo a soli 18 anni collaborando con il settimanale L'Espresso. Dal 2001 il suo interesse si sposta progressivamente verso la fotografia di ricerca e i video – mostre alla Galleria Damian Boquet di Parigi, al Diaframma a Milano, alla galleria Recalcati Arte Contemporanea a Torino, nel 2004 Machine Man al Lattuada Studio a Milano.
Nel 2005 la Citta della Scienza di Napoli e la galleria Franco Riccardo gli dedicano due importanti personali dal titolo "Codice Multiplo". Nel 2007 inizia la sua riflessone sul Kitsch con la mostra "Sintetico Urbano" alla galleria Cedro 26 a cura di Gianluca Marziani. Nel 2008 partecipa con una installazione, concepita per l'evento, alla Mostra "Le Porte del Mediterraneo" a Rivoli.
La mostra sarà visitabile fino al 5 Dicembre dal martedì al sabato
16.00-20,00
Changing Role Roma
Vicolo del Bollo 13 – Roma+39 0683507085
infogallery@changingrole.com
www.changingrole.com

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PAZZI IN PARTENZA - Dal 30 Settembre al 19 Ottobre 2008

TEATRO AGORA’ – Roma

“PAZZI IN PARTENZA”
Una divertentissima commedia di Luca Giacomozzi
Con la supervisione artistica di Claudio Insegno
Con: Marco Cavallaro, Claudia Ferri, Renzo Pagliaroto, Sara Carallo, Carlo Pavan, Carmen Di Marzo e... Antonio Conte ed Elena Croce
Equivoci, gags, colpi di scena si susseguiranno l'uno dopo l'altro per due ore di risate garantite...provare per ridere!
Una commedia brillante, corale, dai ritmi frenetici ed intensi.Siamo a Roma, ai giorni nostri, e' inverno e le vacanze di Natale si avvicinano. Protagonisti della storia sono due giovani coppie di sposi pronti a partire per una vacanza da sogno in un posto esotico.
Max e Filippo sono due fratelli che hanno sposato Carla e Lucia due sorelle. Le due giovani coppie, dai caratteri opposti ed in conflitto tra loro, abitano nello stesso pianerottolo dello stesso palazzo, i loro appartamenti sono l'uno attaccato all'altro. Finalmente ci siamo, il giorno della sospirata partenza e' arrivato, tutto e' pronto ma... le due coppie non hanno fatto i conti con Pietro, il padre dei due ragazzi, Margherita, madre delle due ragazze, Giorgio, il vicino di casa, Raffy una rigida badante e Armadillo 21 un "eccentrico" tassista.
Equivoci, gags, colpi di scena si susseguiranno l'uno dopo l'altro per due ore di risate garantite...provare per ridere!
UN TEATRO GIOVANE ALLA SCOPERTA DI GIOVANI AUTORI E GIOVANI ATTORI
SCENE
FEDERICO MARCHESE
COSTUMI
ENRICO GIMELLI
Per informazioni potete contattarci:
328.8778639 - 345.4053181 – 06.81176737
geg.produzioni@gmail.com
info@esagera.com
Ass. Cult. Esagera
Ass. Cult. G&G Produzioni

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Tre sorelle di Anton Cechov - dal 23/9 al 5/10

Colosseo Nuovo Teatro www.e-theatre.it Via Capo d’Africa 29/a – Roma 06-7004932
da martedì 23 Settembre a domenica 5 ottobre 2008 alle ore 21, la domenica ore 18
Tre sorelle di Anton Cechov
regia Paolo Zuccari
scene Alessandro Vannucci
abiti di scena Stefania Barilli Benelli
con Magali Alemps, Daniele Amendola, Michele Bevilacqua, Maria D’Arienzo, Chiara Degani, Luigi Di Pietro, Paolo Giovannucci, Daniele Natali, Daniele Paoloni, Aurora Perez, Simone Spinazzè, Elodie Treccani.
assistenti alla regia Daniele Muratore Alice Ferranti
coaching Federico D’Anna
“TRE SORELLE”
Il luogo di questa storia è una cittadina della provincia russa dove non accade nulla, se non il diradato succedersi di brigate militari. Militari da molto tempo ormai non impegnati più in nessuna guerra e unici portatori di cultura in un mondo forzatamente immobilizzato, ma allo stesso tempo profondamente inquieto nella bramosia di un cambiamento. Anno 1900. Uno di quei momenti della storia in cui l'accettazione fatale del presente si nutre del nichilismo relativistico, della rabbia, dell'autodenuncia inerte, e le energie si diramano in direzioni inutili o si rigirano su se stesse, incerte su dove andare e cosa fare. Possiamo dire, al di là di tutte le novità tecnologiche, un mondo non così dissimile dal nostro. Di lì a poco, anche se i militari salottieri che dissertavano sul futuro ne percepivano forse appena il rumore, quel mondo sarebbe esploso nella rivoluzione più importante del secolo. Oggi non saprei che rivoluzione potrà mai avvenire, ma sicuramente, e a prescindere da questo, i nostri figli o nipoti, ma forse anche noi stessi tra non molto tempo, potremmo domandarci: perché accettammo quel nostro presente indecoroso, quella nostra inerzia fatalista e compromettente? Comunque quello fu lo scenario, riverberante come un'eco, nel vuoto del quale si svilupparono le vicende comuni e mortalissime narrate dal dottor C¹echov in “Tre sorelle”.
Anton C¹echov come già forse molti sapranno era prima di tutto un dottore e il suo miracolo fu quello di riuscire a raccontare storie qualunque di persone qualunque, che lui stesso aveva realmente conosciuto, inserendole però in un tessuto realistico di accadimenti quotidiani ma sempre emotivi, che nella semplice successione musicale do-fa, si trasformano imprevedibilmente in poesia. Gli umani sbattono come insetti impazziti in un'ampolla di vetro a cercare un loro spazio vitale. E fuori da quel vetro gli occhi scientifici e curiosi del dottor C¹echov scrutano i movimenti del vivere, non soppresso o spento, ma sradicato dai suoi binari, quasi impazzito nel rincorrere la propria coda o deragliante verso mete disperate. Il loro stesso muoversi fisico disegna una radiografia dell’uomo inerte. Che non è appunto fermo, dal momento che l’uomo in quanto animale non può mai esserlo, ma dentro un movimento tragicamente inutile. Non sarà un caso se già nel 1901, alla prima edizione dell’opera, Stanislavsky e Dancenko che curarono la regia dell’opera, dovettero individuare 1600 e più azioni per raccontare quell’uomo. Come se il suo muoversi, più del suo parlare, potesse restituirci meglio i suoi percorsi interni. Vite raccontabili solo grazie al loro dipanarsi fisico. Tre sorelle senza più padre né madre, da 11 anni sradicate dalla loro Mosca nella speranza e nel sogno di tornarci, si dibattano nel vetro di quest'ampolla e ridono, piangono, dormono, s'innamorano, cantano, e si interrogano sul senso ultimo della vita. Quei personaggi non sono quegli automi che un immaginario comune ci suggerirebbe, anzi, bramano come pochi altri la vita, la urlano, la fantasticano, pur sapendo tragicamente che essa è altrove. Si sogna, si spera, si fantastica su un futuro possibile, ci si tradisce così come si muore al duello per una ragazza disperata. Si passa il tempo a leggere un giornale, o a studiare inutilmente; si citano operette francesi, o s'intona il Puskin messo in musica da Glinka o da Tchaikovsky. Ogni cosa è musica, sonora e visiva. Quello che innerva tutta l'opera è proprio quella musica, suonata inconsapevolmente, e coreografata naturalmente. Il nostro punto di vista è stato: ma quale "musica" ascoltavano il dottore e i suoi contemporanei nel 1900? Quali erano la loro matrice linguistica, il loro codice comunicativo primario, la loro esperienza delle variazioni del tempo? Noi, nel 2008, che musica ascoltiamo? E che musica ascolta il nostro pubblico? E' un codice primario da condividere, così come loro lo condivisero. Nulla più della musica, del resto, ci fa capire come e quanto si siano evoluti i nostri parametri percettivi del reale. Ed è per questo che le nostre "tre sorelle" sarà un "tre sorelle" dal timbro musicale contemporaneo. Quello stesso recepito e condiviso col pubblico nelle esperienze sonore di tutti i giorni. Ed è la musica che, per l'universalità di linguaggio che già in sè suppone, diviene "ponte" di un messaggio esistenziale e teatrale, superando ogni confine sociologico e di pensiero, e fulminante nel raggiungerci allo stomaco, nel riso o nel pianto.

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