Tesori di Roma: foto di Roma gratis

Foro Boario

Foro Boario
Foro Boario

 La prima volta, che s'incontra menzione di questa piazza, destinata, come mostra il suo nome a mercato di buoi, è l'anno di Roma 496, allorcliè Livio narra il bisbiglio avvenuto nel sacello della Pudicizia Patrizia, quando le donne patrizie vollero escludere dai riti sacri, die ivi celebravano, Virginia, sebbene patrizia di nascita, perchè avea contratto sponsali con un plebeo. In tal circostanza Livio dice, che quel sacello stava nel Foro Boario : quae in Foro Boario est. Potrebbe però da alcuno dubitarsi , se di già a quel tempo il Foro realmente esistesse , o se la frase liviana si riferisca ai tempi suoi. Ma questo dubbio viene sciolto da Valerio Massimo, il quale dichiara , che il primo spettacolo di gladiatori fu dato in Roma nel Foro Boario nel consolato di Appio Claudio e Marco Fulvio , cioè l'anno di Roma 490 dai due fratelli Marco e Decimo Bruti , che vollero così onorare i funerali del padre. E dopo quella epoca frequentemente se ne incontra la memoria presso gli antichi scrittori. Festo ne deriva la etimologia dai buoi , che ivi vendevansi, e questa mi sembra chiara , e con essa accordasi ancora ciò che si legge in Varrone. E perciò ad ornamento ed insegna sua fu ivi collocato in mezzo un bue di bronzo ricordato da Plinio e da Tacito, che lo dice un toro, aereum tauri simulacrum. Ovidio indicando questo fatto medesimo , attribuisce il nome del Foro alla esistenza del simulacro del bue: Area, quae posito de bove nomen habet. ma con evidente anacronismo, sendo che quel simulacro non fu trasportato in Roma per testimonianza di Plinio citato di sopra, se non dopo la conquista della isola di Egina ; ora un buon secolo prima già il Foro avea il nome di Boario. Conosciuta pertanto la origine di questo Foro , e come di già era stabilito nel secolo V. di Roma, il suo sito viene determinato dall'arco di Settimio Severo posto accanto alla chiesa odierna di s. Giorgio in Velabro, arco descritto alla pag. 487, del volume precedente, eretto come mostra la iscrizione esistente dagli ARGENTARII. ET . NEGOTIANTES. BOARII. HVIVS . LOCI.

Che si trovasse nella via, che direttamente andava dal Foro all' Aventino lo mostra Livio , dove descrive la gran processione, che andò a sagrificare al tempio di Giunone Regina situato sull'Aventino ne' dintorni della chiesa odierna di s. Sabina; imperciocché dice, che quella pompa ebbe principio al tempio di Apollo fuori della porta Carmentale , porta situata, come fu notato a suo luogo verso la metà dell'odierno vicolo della Bufala: che per la porta, ed il vico Giugario entrò nel Foro Romano, e che di là pel vico Tusco, il Velabro, a traverso il Foro Boario andò al clivo Publicio ed al tempio di Giunone Regina : inde vico Tusco, Velabroque, per Boarium forum in clivum Publicinm atque aedem lunonis Reginae perrectum: e chiaramente rilevasi, che pel vicolo della Bufala quella Romulo : Igitur a foro Boario, ubi aereum tauri simulacrum adspicimus, quia id genus animalium aratro subditur , sulcus designandi oppidi coeptus , ut magnam Herculis aram amplecteretur. Inde certis spatiis interiecti lapides per ima montis Palatini ad aram Consi. E d' uopo è qui ricordare , che alla epoca della fondazione dì Roma, alla quale si riferisce il passo di Tacito, il Velabro formava palude verso il Tevere, onde lo spazio indicato, dove vedevasi il simulacro di bronzo a' tempi di Tacito era quello verso la falda del monte. Questa circostanza io dovea far rilevare , perchè si giustificasse la correzione del distico seguente di Ovidio , il quale ne' testi ordinarii così si legge : Pontibus et magno juncta est celeberrima circo Area, quae posito de bove nomen habet. Imperciocché , se il Foro Boario avesse occupato tutto il tratto fra il Circo Massimo ed i Ponti , cioè il ponte Palatino ed il Sublicio si sarebbe esteso sopra quasi tutto il Velabro per un'area lunga almeno 1200 piedi, larga 800, area che per gli scavi fatti ne' tempi passati chiaramente sì riconosce essere stata nella parte più verso il Tevere intersecata da vie , e coperta da fabbricati , e per conseguenza non Foro. Inoltre il Foro Boario, come il Piscario viene concordemente dai Regionarii enumerato fra le fabbriche e le contrade della ragione VIII: mentre tutte le fabbriche e le contrade più aderenti al Tevere a partire dal Foro Olitorio , oggi piazza di s. Nicola in Carcere, fino alla porta Trigemina presso l'arco della Salara , inclusivamente però alla piazza della Bocca della Verità, ed al tempio di Cerere, oggi chiesa di s. Maria in Cosmedin, vengono concordemente messe dai Begionarii medesimi nella regione XI. Quindi i critici migliori riconobbero inesatta la lezione Pontibus, e piuttosto giudicarono doversi ad essa sostituire Montibus espressione che sebbene non soddisfi la esattezza topografica , nondimeno può con maggior facilità perdonarsi ad un poeta, e specialmente ad Ovidio.

Foro Boario
Foro Boario

Ho notato, che l'arco di Settimio presso s. Giorgio è un punto fisso : un'altro punto fisso è pure la falda del Palatino : un altro lo danno gli avanzi del Circo Massimo ridotti ad usi moderni sulla piazza di s. Anastasia , un altro lo forniscono gli avanzi scoperti l'anno 1829 cbe sembravano avere appartenuto ad un gran fabbricato , come di stalle, o grinai, e cbe occupano sotterra lo spazio sterrato della via de' Cercbi compreso fra il corso della Cloaca Massima e la piazza della Bocca della Verità, e finalmente i ruderi de' fabbricati esistenti fra il cosi detto arco di Giano ed il corso della Cloaca Massima mostrano, che l'area del Foro Boario verso il Tevere non oltrepassava il Giano medesimo , il quale sarà stato all'imbocco di un quadrivio nel Foro, come all' imbocco del vico Tusco era l'arco di Settimio ricordato più volte. Da tali punti fissi parrai potersi determinare la larghezza dell' area quadrilunga del Foro dal Giano fin sotto l'angolo, che forma il Palatino di fianco alla piazza di s. Anastasia, e questo costituiva il lato settentrionale: e la lunghezza da quest' angolo medesimo andando in mezzo alla piazza di s. Anastasia avanti ai fabbricati costrutti sopra gli avanzi del Circo Massimo, e questo formava il lato orientale: di là il terzo lato, o meridionale, parallelo al primo comprende i fenili ed una parte dello sterrato della via de' Cerchi fin dove la Cloaca traversa sotterra questa via : il quarto lato , ooccidentale , va da mezzo lo sterrato suddetto a raggiungere il primo fra il Giano e l'arco di Settimio. Questo spazio offre un' area lunga da settentrione a mezzodì circa 400 piedi, larga da occidente ad oriente 300. De' monumenti che circondavano questo Foro rimangono i due archi descritti già nell' Articolo III: tutti gli altri sono scomparsi : lo stesso dee dirsi de'monumenti, che erano in mezzo, allo scoperto, fra i quali giova di ricordare pel primo il bue, o toro di bronzo indicato di sopra. Questo , secondo Plinio, fu di bronzo eginetico , del quale particolarmente fece uso Mirone nelle opere sue ; ma non deve confondersi colla celebre giovenca, BUCULA, o vacca di quell'artista famoso , ricordata da Plinio medesimo più sotto da Ovidio che ai tempi di Cicerone vedevasi ancora in Atene , come egli testifica nella quarta Verrina e che nel sesto secolo della era volgare ornava in Roma il così detto Foro della Pace, come mostra Procopio Guerra Gotica ; opera celebrata dai poeti, celebratis versibus laudata secondo Plinio, e siccome fan fede 36 epigrammi ancora superstiti che si leggono nell'Antologia. Ma il bue di bronzo eginetico che si vedeva nel Foro Boario era stato trasportato in Roma dalla isola di Egina probabilmente dopo la guerra acaica, dicendo Plinio , bos aereus inde , cioè da Egina , captus in Foro Boario est Romae : e Tacito lo mostra situato in mezzo a quel Foro : ora il mezzo coincide entro il recinto odierno della prefettura delle Acque e Strade , dove si raccolgono i selci , che servono al lastricato delle vie urbane- Quel terreno oggi recinto, fu fino all' anuo 1660 tanto basso quanto il rimanente del Foro Boario avanti la chiesa di s. Giorgio , siccome si trae da una relazione di Michel Angelo Maffei testimonio oculare, inserita dal Crescimbeni nello Stato della Basilica di s. Maria in Cosmedin , dalla quale relazione apparisce, che a quella epoca non erano stati edificati i fenili che oggi ivi aderenti si veggono, lungo la via de' Cerchi, e clic l'acqua (letta volgarmente argentina , e credula quella di Giuturna fra la piazza di s. Anastasia e quella di s. Giorgio formava uno slagno, il quale venne riempiuto allora con uno scarico di calcinacci, e così successivamente fu rialzato il suolo fino al livello attuale. Un'altra notizia, inserita dallo stesso Crescimbeni mostra, che a riempire quel fondo furono dirette le macerie scavate nello spianare la piazza del Panteon l'anno 1661 , quindi questa parte ha affatto cangiato aspetto- Intorno, l'area del Foro era circondata da portici, e da taberne, come si trae da Livio, il quale indicando un incendio avvenuto l'anno 560 di Roma dice, che essendo cominciato nel Foro Boario arsero per un di ed una notte gli edificii del lato rivolto verso il Tevere , cioè 1'occidentale , e rimasero preda del fuoco tutte le taberne colle mercanzie di gran valore : Incendio a Foro Boario orto , diem , noctemque aedificia in Tiberim versa arsere tabernaeque omnes cum magni pretii mercibus conflagaverunt. Questo medesimo storico ricordando un' altro incendio avvenuto antecedentemente, cioè l'anno 539 fornisce lume per collocare i templi antichissimi di Matuta, e della Fortuna , che esistevano in questo Foro ; imperciocché . mostra , che quel terribile incendio durò due notti ed un giorno, e consumò quanto trovavasl fra le Saline e la porta Carmentale, e tutto il tratto fra il lato settentrionale del Foro Boario, e la rupe Tarpeia, come l'Equimelio, ed il vico Giugario, e che danneggiò molto i templi della Fortuna e di Matuta che erano nel Foro Boario , dentro la porta Carnieulale, ed il tempio della Speranza , che era nel Foro Olitorio fuori di quella porta. Quindi que' due templi furono nel lato settentrionale del Foro, dove oggì è la chiesa di s. Giorgio e dì là da questa, verso la via di s. Teodoro. Più sotto indica , come l'anno seguente, che fu il 540, furono creati triumviri per la riedificazione di questi templi: et triumviri bini, uni sacris conquirendis..... alteri reficiendis aedihus Fortunae, et Matris Matutae intra portam Carmentalem; sed et Spei extra portam quae priore anno incendio consuntae fuerant. Dinanzi ambedue questi templi Lucio Stertinio pretore della Spagna Ulteriore reduce dalla provincia edificò l'anno 556 due fornici colle spoglie riportate, e sopra questi fornici eresse statue dorate: Livio et de manibiis duos fornices in Foro Boario ante Fortunae aedem et Matris Matutae . ... et his fornicibus signa aurata imposuit. Ambedue i templi erano stati eretti in origine da Servio Tullio , come si dichiara da Ovidio nel sesto de' Fasti: il quale ne mostra la contiguità in quel verso : Lux eadeni. Fortuna, tua est, auctorque, locusque. Ma quello di Matuta, secondo Livio, fu rifatto la prima volta da Camillo l'anno 359, e dedicato l'anno 360 : e quindi, come indicossi, verso l'anno 539 fu riedificato dai triumviri a ciò deputati l'anno 540. Che poi continuasse ad esistere almeno fino al quarto secolo della era volgare u'è prova Vittore, che lo enumera fra gli edificii della regione VIII. appunto nel segmento del Foro Boario. Questo tempio veniva particolarmente designato col nome di Aedis Matris Matutae come si trae da Livio, e dai Calendarii, a distinzione di quello di Giunone Matuta nel Foro Olitorio entro i limiti della regione XI. che da Vittore medesimo si chiama Aedis Iunonis Matutae. In quello di Matuta del Foro Boario celebravansi agli 11 di giugno le Matralia, festa in onore della dea, e che viene descritta da Ovidio nella quale era vietato alle serve l'accesso al tempio per una tradizione mistica, e si avea il rito di offrire libazioni abbrustolite:

Quae dea sit, quare famulas a limine templi Arceat (arcet enim) libaque tosta petat ; dice quel poeta. Veggasi ancora Plutarco in Camillo e Livio narra clie l'anno 578 fu collocata in questo tempio dal padre de' Gracchi una tavola dipinta rappresentante la Sardegna e le pugne vìnte dal suo avo in quella isola da lui concpiistata l'anno 515: egli rilorlsce la iscrizione, die accompagnava questa tavola, dalla quale appariva, cbe sotto la condotta di Tiberio Sempronio Gracco console, l'esercito del popolo romano avea soggiogalo la Sardegna, ed in quella pi'ovlncia erano stati uccisi , o presi sopra ad 80,000 nemici, erano state cosi liberate le rendite ristabilite del publico ; ed avendo riportato in Roma sano , salvo e carico di spoglie l'esercito, era ritornalo, trionfando per la seconda volta , onde quel quadro era stato donalo a Giove. Quanto a quello della Fortuna , anche esso fu edificato da Servio Tullio per testimonianza di Dionisio. e di Ovidio il quale ricorda una statua, che ivi vedevasi di quel re con due toghe, una sovrapposta all'altra: e questa statua nell'incendio del tempio avvenuto l'anno 539 di Roma, siccome fu notato di sopra, si salvò prodigiosamente secondo Dionisio , che la vide ai giorni suoi , dicendo : "e nella cella del tempio della Fortuna, che egli edificò (cioè Servio) è una immagine di lui lignea , indorata , la quale in un incendio che consumò tutte le altre cose , sola rimase si affatto esente da ogni danno per parte del fuoco: ed anche oggi il tempio e tutte le cose che sono in esso, vennero fatte secondo la maniera antica, ma evidentemente si riconoscono di lavoro recente: la immagine però come prima era , antica per la forma rimane ancora, ed ottiene venerazione dai Romani". Nonio de Propriet. Sermonum spiegando la voce Undulatum, per posto di fresco, puro, cita Varrone che da alcuni davasi questo cognome al simulacro della Fortuna Vergine , perchè coperto da due toghe ondulate, aggiungendo, come solevano portare i re, ut olim reges nostri, undulatas et praetextas togas soliti sint habere. Questo passo ci fa conoscere, che il nome che davasi a questo tempio dalla Fortuna era di tempio della Fortuna Vergine, e che la dea era rappresentata con due toghe ondulate, come il re. Plutarco nelle Questioni Romane . ricorda questo tempio della Fortuna Vergine, e nel trattato della Fortuna de' Romani e aggiunge, che era presso una sorgente chiamata muscosa : "e presso la fonte chiamata Muscosa havvi ancora il tempio della Fortuna Vergine." Quindi si conosce, che presso il Foro Boario era una fonte di questo nome, e forse, è quell'acqv.n medesima, clic oggi lo traversa, e chc il volgo chiama l'acqua di s. Giorgio, ed acqua argentina per la sua limpidezza. Plinio sulla fede di Varrone mostra, che la tradizione portava essere lavoro di Tanaquile la toga ondulata , che vedevasi nel tempio della Fortuna : factamque ab ea togam regiam undulatam in aedo Fortunae, qua Servius Tullius fuerat usus : quindi quella toga che vestiva la statua era di lana. Di questo tempio l'ultima memoria è appunto questa di Plinio. Circa le sue vicende anteriori , dopo essere stato riedificato l'anno 540 di Roma dai triumviri a ciò deputati, secondo Livio , fu riedificato di nuovo e più magnificamente da Lucullo, siccome si trae da Dione. dove narra come trionfando Cesare l'anno 708 di Roma passando presso questo tempio si ruppe l'asse del suo carro, fatto che Svetonio nella vita di quel dittatore e XXXVII. così ricorda : Gallici triumphi die, Velabrum praetervchens paene curru excussus est , axe defracto. Celebre nel Foro Boario fu il tempio rotondo di Ercole , che Vittore nella ottava regione dice in Foro Boario cognomine rotunda et parva : non altrimenti Livio lo designa nel narrando il fatto ricordato di sopra delle matrone contra Virginia avvenuto in sacello Pudicitiae patriciae , quae in Foro Boario est ad aedem rotondam Herculis, fatto che appartiene come si vide, all'anno 456 di Roma. Il sacello della Pudicizia Patrizia di già esisteva allora ; ma il tempio di Ercole fu edificato molto tempo dopo, poiché apparisce da una lapide scoperta sul finire del secolo passato presso il giardino Campana nella via, commuuemente detta lo stradone di s. Giovanni Laterano, ed oggi per dono del proprietario posta nel Museo Pio-Cleinentino al Vaticano, che fu innalzato da Lucio Mummio console, che distrusse Corinto l'anno 608, per un voto fatto in quella guerra» Questa iscrizione che è una delle più antiche , che ci rimangono fralle romane , è di travertino, ed i caratteri sono rozzi, malgrado che dovesse essere collocata in un edificio publico: essa fu riportata e dottamente illustrata dal Marini: e da essa apprendiamo che Ercole era designato in questo tempio col cognome di Vincitore:

L . MVMMI . L . F . COS . DVCT

AVSPIGIO .IMPERIOQVE

EIVS . ACHAIA . CAPT . CORINTO

DELETO . ROMAM . REDIEIT

TRIVMPHANS. OB . HASCE

RES . BENE . GESTAS . QVOD

IN BELLO . VOVERAT

HANC . AEDEM . ET . SIGNV

HERCVLIS . VICTORIS

IMPERATOR . DEDICAT

Si noti l'analogia del formolario fra questa lapide e la iscrizione liviana riferita di sopra. Plinio . mostra che fu ornato questo tempio con una pittura del poeta Pacuvio figlio della sorella di Ennio, pittura che si vedeva ancora ai giorni suoi ; e probabilmente dinanzi a questo tempio era la statua di Ercole , soprannomato trionfale , perchè presso di essa passavano i trionfi, ed in tal circostanza vestivasi coll'abito trionfale, statua di cui facevasi rimontare la origine ad Evandro , e che si ricorda dallo sciùttore citato come una prova , che l'arte statuaria fosse antichissima e famigliare in Italia. Che questo tempio fosse picciolo lo dichiara Vittore citato di sopra, col quale accordasi Solino , che lo chiama sacellum e rammenta il prodigio che dentro di esso non entravano né cani, né mosche: nam divinitus illo neque canibus, neque muscis ingressus est: fatto confermato da Plinio: Romae in aedem Herculis in Foro Boario , nec muscae, nec canes intrant. Questo tempio durò almeno fino al quarto secolo della era volgare per testimonianza di Vittore. Esso fu nel lato del Foro a piò del Palatino non lungi dalla odierna piazza di s. Anastasia; e presso di esso ricordasi da Livio fin dall'anno di Roma 456, come fu notato di sopra, il sacello della Pudicizia Patrizia. Essersi nel Foro Boario dati giuochi fino dal quinto secolo di Roma si dimostra da quelli gladiatorii ricordati di sopra, celebrati per la prima volta in questa piazza l'anno 490: aver poi servito alla terribile ceremonia di seppellirvi vivi degli uomini in circostanze straordinarie si trae da Livio , il quale narra che l'anno 538 di Roma, dopo la infelice battaglia di Canne, consultati i libri sibillini, furono fatti alcuni sagrificii straordinarii, e fra questi un Gallo , ed una Galla, un Greco ed una Greca furono vivi discesi sotterra nel Foro Boario in un luogo chiuso con pietre, e questo fu il primo sagrificio umano che lordasse la religione romana , per l'innanzi ancor pura da simili pratiche: iam ante hostiis humanis minime romano sacro imbutum. Stando però ad Orosio questa ceremonia tristissima avea avuto luogo fin dall'anno 528 per allontanare il pericolo imminente della massa de' Galli contra Roma namque decemviri, cioè quelli che custodivano e consultavano i libri sibillini , consuetudinem priscae superstitionis egressi Gallum virum et Gallam feminam cum muliere simili Graeca in Foro Boario vivos defoderunt. Che questa ceremonia continuasse a farsi in questo Foro anche sotto gl'imperatori lo dichiara Plinio dicendo: Boario vero in foro Graecum, Graecamque defossos aut aliarum gentium cum quibus res esset tum etiam NOSTRA AETAS VIDIT .Le case intomo al Foro Boario erano alte, poiché Livio narra, che l'anno di Roma 534 un bue salì su questo Foro fino al terzo piano di una casa, e spaventato dalle grida degli abitanti si gittò giù dalla fenestra: fatto che fu considerato come un prodigio. Ultime memorie di questo Foro sono i regionarii, donde deducesi che certamente rimase fino al principio del quinto secolo della era volgare , al quale appartiene il catalogo detto la Notizia. Dopo quella epoca la contrada non si ricorda più col nome di Foro Boario, ma con quello più generico di Velabro travolto in Velum aureum : quindi allorché Anastasio Bibliotecario nella vita di Leone II. morto l'anno 684 parla della edificazione della chiesa di s. Giorgio , eretta da quel papa ad onore de' ss. Sebastiano , e Giorgio martiri la designa situata iuxta velum aureum. Gli edificii nel secolo XVI., ad eccezione de' due archi ancora superstiti erano di già abbattuti, e solo il Fulvio indica come ancora in piedi pressò il Circo Massimo un pezzo di cella rotonda che egli crede avanzo del tempio di Matuta, ma che forse appartenne al tempietto di Ercole : Matris vero Matutae aedis in Foro Boario adhuc extat quota pars rotunditatis inter proxima nunc prostibula iuxta Circum Maximum. Di questo però non si vede alcun indizio nella pianta di Roma data dal Bufalini l'anno 1551, forse perchè di già distrutto. Così neppure è scoperta l'area del Foro, che solo apparisce sotto il Giano Quadrifronte, e che si vide essere stata in gran parte portata al livello attuale a' tempi di Alessandro VII. circa l'anno 1662. Né si confonda quell'avanzo indicato dal Fulvio con quello dice il Marliani Urbis Romae Topopyaphia . dice scoperto e distrutto con molte antichità ai tempi di Sisto IV dove fu trovata la statua di bronzo di Ercole oggi esistente nel Capitolio, e parecchie iscrizioni ad onore dello slesso nume, che egli riporta, poiché quello era dietro la chiesa detta della Bocca della Verità, fra questa e le Carceri del Circo Massimo, e forse fu parte del tempio di Ercole edificato in questa parte da Pompeo, ricordato da Vitruvio, e da Vittore, dove ammiravasi una statua in bronzo di quel dio, lavoro celebre di Mirone, siccome si trae da Plinio che probabilmente è la medesima che oggi è nel Museo Capitolino. I topografi posteriori non ricordano altre scoperte fatte in questo Foro.

Roma nell'anno 1838 - Antonio Nibby 1839